martedì 20 gennaio 2009

Quella del nucleare è una favola. Senza lieto fine

Quella del nucleare è una favola. Senza lieto fine

Secolo XIX del 19 gennaio 2009, pag. 19

di Gianni Mattioli

Mi pare che, con grande superficialità da parte di alcuni, si stia arruolando Genova e il suo tradizionale tessuto produttivo dell’elettromeccanica a una prospettiva illusoria, con il rischio di perdere opportunità ben più significative. Mi riferisco al rilancio del nucleare, che, in un articolo-intervista sul Secolo XIX del 25 novembre, viene definito «strada irrinunciabile».



Con altri colleghi universitari, più volte ho chiesto al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scaiola la possibilità di un confronto su dati, una questo finora non è stato ritenuto utile da parte del ministro. Spero che l’ospitalità del Secolo XIX permetta almeno un confronto a distanza e si possa comprendere su quali dati Scajola, e prima di lui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, procedano su questa strada.



Sono passati almeno 30 anni da quando nel Paese culla di questa tecnologia, gi Stati Uniti, si è preso atto del fatto che era necessario un vero salto qualitativo, di ricerca, per rispondere alla disaffezione nei confronti del nucleare da parte delle imprese elettriche. E dal 1978, infatti che si blocca qualsiasi ordinativo per il costo troppo elevato degli investimenti necessari perla realizzazione di questi impianti. Nasce così la ricerca per un tipo di reattore che possa semplificare le procedure dei controlli di sicurezza e di impatto sanitario, che permetta un maggiore rendimento dell’uranio utilizzato e che renda difficile la distorsione a uso militare del ciclo del combustibile impiegato.



Come è noto, questa prospettiva apre problemi difficili da vari punti di vista e ben presto ci si rese conto che avrebbe potuto approdare a soluzioni efficaci solo a prezzo di un notevole sforzo di ricerca. Così si pervenne, nel 1999, al varo del Consorzio di ricerca chiamato Generation IV - al quale partecipano ormai diversi Paesi, tra cui anche l’Italia - e che ormai vede slittare il tempo di una realizzazione industriale al 20302040. E intanto? Da alcuni anni è invalso l’uso di dare il nome di "III generazione" a reattori che abbiano introiettato i cosiddetti "insegnamenti di Harrisbourg", scaturiti cioè dall’esperienza del 1979 con l’incidente di Three Miles Island. Non si tratta beninteso di reattori di nuova concezione, o di reattori "a sicurezza intrinseca", come qualcuno erroneamente dice, una della rivisitazione dei reattori del tipo di quelli che si realizzavano prima di Chernobyl.



In tutti questi anni, che cosa hanno fatto le grandi elettromeccaniche americane, francesi o tedesche o giapponesi? Si sono contese il mercato di quei Paesi che potevano permettersi di chiudere qualche occhio dal punto di vista delle pretese di "controllo della sicurezza", ma in casa, di nucleare, oltre alla componentistica di sostituzione, non hanno piantato nemmeno uno spillo. Ci si riprova ora con il reattore finlandese, i cui tempi di realizzazione si allungano insieme agli esborsi finanziari, e americani e francesi puntano alla sostituzione, in casa propria, di quegli impianti che, giunti a fine corsa, non si possono rimpiazzare con centrali a combustibili fossili, salvo sballare gli scenari di Kyoto, sia che si abbia approvato o meno quel protocollo.



Areva inizia così, a Flamanville, un cantiere già interrotto dall’ente di controllo della sicurezza: ci si è disabituati al fatto che i controlli in madre patria siano più rigorosi di quelli in India o in Cina. E George W. Bush vara nel 2005 la legge che prevede forti incentivi per la realizzazione dei reattori: senza quegli incentivi, dice la Exelon - una delle principali elettriche Usa - nessuno si sarebbe mosso e forse, ora, si vedrà un paio di reattori nei prossimi dieci anni.



Questo è il quadro, al quale si può aggiungere la singolare vicenda di Enel in Slovacchia o in Russia: ma non fu detto che erano i reattori dell’Est quelli in cui possono capitare le Chernobyl?



In questo quadro si arruola Ansaldo. Per fare che cosa? Per quale mercato? Areva o Westinghouse o Toshiba cederanno quote dello striminzito mercato della terza generazione? O il mercato è quello italiano: con che faccia si andrà a dire a qualche regione che per ora la quarta generazione non è pronta e si devono accontentare dei vecchi reattori? Ciprovi Berlusconi con il suo sorriso più accattivante. E per tutti questi reattori che funzionano a Uranio 235, non al più abbondante Uranio 238 - dove si troverà quel mercato abbondante, tale da farci uscire dalle strettezze del petrolio e del gas?



Un’ultima cosa, piccola, piccola: per carità, non sull’irrisolto problema delle scorie, ma sul danno sanitario legato al funzionamento di routine degli impianti. Suggerisco al ministro Scajola la lettura della pubblicazione 103 (2007) della Commissione internazionale di protezione dalle radiazioni ionizzanti (Icrp): vada poi a spiegare ai lavoratori delle centrali quale è il numero di tumori attesi, come effetto della dose limite.



Ora all’Ansaldo, alla città di Genova, si possono raccontare tante favole e ritrovarci così tra qualche anno in una situazione ancora peggiore di quella di oggi. Perché è vero che oggi il mercato degli aerogeneratori o del fotovoltaico è dominato da spagnoli, danesi, tedeschi, ecc..., una la situazione è ancora recuperabile e inoltre per un paio di decenni le turbine a gas staranno ancora sul mercato, mentre si spalancano le diverse prospettive dell’uso dell’idrogeno o delle tecnologie dell’uso efficiente dell’energia.



E’ la realtà alla quale ci chiama il 20-20-20 Europeo, un’opportunità straordinaria che in Germania va già verso i 300 mila posti di lavoro. Ma si tratta per le nostre imprese di una prospettiva alternativa alle superficiali e inconsistenti proclamazioni nucleari. Possibile che non se ne possa discutere?

NOTE

Gianni Mattioli è docente di fisica all’Università "La Sapienza"di Roma.