domenica 9 agosto 2009

Hiroshima brucia ancora

Hiroshima brucia ancora

Roberto Fieschi * e Francesco Lenci **

il manifesto del 06/08/2009

Alle 7,30 del 6 agosto 1945 gli Usa sganciarono la prima di due bombe atomiche che distrussero Hiroshima e Nagasaki. Iniziava così, con l'equilibrio del terrore, la guerra fredda

All'isola di Tinian, Little Boy, la bomba all'uranio era pronta il 31 luglio. Gli equipaggi dei B-29 avevano già compiuto varie esercitazioni e si attendevano solo le previsioni meteorologiche. Alle 7.30 del giorno 6 agosto l'aereo comandato da Tibbets, giunto in prossimità di Hiroshima prese quota per ridurre l'impatto con l'onda d'urto. Little Boy esplose a un'altezza di seicento metri sopra la città poco dopo le 8 (ora di Hiroshima). La potenza della bomba di Hiroshima, che era equivalente a quella di circa 13.000 tonnellate di tritolo (kilotoni), uccise circa 68.000 persone e ne ferì 76.000. Fat Man, la bomba al plutonio, avrebbe dovuto essere pronta per l'11, ma i lavori furono accelerati in modo da essere pronti per il 9, giorno in cui si prevedeva tempo buono. L'obiettivo prescelto, Kokura, era poco visibile a causa di nuvole basse, quindi il B-29 proseguì per Nagasaki, dove la bomba fu sganciata ed esplose, con una potenza di ventidue kilotoni, alle 11 del mattino. Uccise circa 38.000 persone e ne ferì 21.000. Sul perché di questo anticipo, che comportò fasi di frenetica attività per la messa a punto della bomba, pesano ancora oggi molti interrogativi, e una delle ipotesi più agghiaccianti è che, se il Giappone si fosse arreso, la bomba non avrebbe potuto essere sganciata. Il 10 agosto il Giappone offrì di arrendersi alla condizione che l'autorità dell'Imperatore non fosse messa in discussione. Il 13 un grande raid aereo rovesciò sul Giappone cinquemila tonnellate di bombe esplosive e incendiarie. Nella notte fra il 13 e il 14 l'Imperatore accettò le condizioni di resa e lo comunicò al suo popolo il 15 agosto. Dai documenti recenti risulta che il Giappone, probabilmente, si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state impiegate. Certamente fu del tutto inutile la seconda. Nessuna arma nucleare fu più impiegata in seguito. Forse la visione delle enormi distruzioni delle città giapponesi convinse i grandi della terra che una guerra nucleare non avrebbe mai potuto essere combattuta e che da essa non sarebbe emerso alcun vincitore; ma la minaccia di usarle fu più volte avanzata come potente forma di pressione e di intimidazione. Dopo la fine della guerra William Pollard, che aveva collaborato al progetto Manhattan e che in seguito era diventato vescovo, dichiarò: «Hiroshima sta diventando un mito profondamente immerso nella psiche di tutti i popoli della Terra [...]. Nella dimensione sacra i fatti storici gradualmente assumono la stabilità del mito, mentre nella dimensione profana essi perdono gradualmente la loro presa sulla gente e diventano semplicemente materia per gli storici. Questo è il destino di Hiroshima: trasformarsi in un mito universale profondamente affondato nel tempo sacro di tutti i popoli della Terra; il simbolo della loro convinzione che non si deve permettere una guerra nucleare». Nel 1950 Blackett scrisse lucidamente: «Dobbiamo dunque concluderne che il lancio delle bombe atomiche, piuttosto che l'ultima azione militare della seconda guerra mondiale, è stato in realtà la prima grande operazione della guerra fredda diplomatica contro la Russia (..). [Gli scienziati atomici] compresero che il loro lavoro era stato sfruttato per architettare una vittoria diplomatica, in previsione di una politica di potenza nel mondo nell'immediato dopoguerra, e non per risparmiare vite americane; questa rivelazione risultò per molti troppo sgradevole per venir coscientemente ammessa». Lo scopo per il quale il Progetto Manhattan era nato, dunque, non sussisteva più, ma nessuno degli scienziati coinvolti nel progetto lo abbandonò, con una sola eccezione: Joseph Rotblat, un giovane e brillante fisico ebreo d'origine polacca, che era andato a Los Alamos dall'Inghilterra, e che la sera della vigilia di Natale del 1944 partì da Los Alamos per tornare in Inghilterra. Qui, per il resto della vita, si dedicò alla causa del disarmo (fu tra i firmatari del Manifesto Russell-Einstein del 1955 e tra i fondatori del movimento Pugwash nel 1957) ed alle applicazioni biologiche e mediche della fisica nucleare e a problemi di radiobiologia. Nel 1995 il suo straordinario valore ed impegno gli valse l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace Come molti scienziati avevano previsto, la bomba segnò solo l'inizio di una corsa sempre più folle al riarmo; il monopolio nucleare che i militari e i politici americani, sordi alle ammonizioni di molti scienziati, credevano di poter conservare per parecchi anni, decenni forse, pur in mancanza di un accordo internazionale, fu perso nel 1949. Gli impianti per la separazione degli isotopi e per la produzione del plutonio continuarono a marciare a pieno ritmo, bombe mille volte più potenti di quelle sganciate sul Giappone furono costruite, centinaia di esperimenti furono compiuti per controllarne il funzionamento. Nei paesi occidentali questo processo fu validamente sostenuto dal complesso militare-industriale, la cui nefasta azione era stata denunciata da Dwight Eisenhower già nel 1961. John Kenneth Galbraith osservò, nel 1967: «Per sua natura una competizione imperniata sulla tecnologia non si conclude mai. In una competizione tecnologica l'obsolescenza è un sostituto quasi perfetto del logorio causato da una guerra combattuta. Nell'Unione sovietica il riarmo missilistico e nucleare fu sostenuto dall'ossessione dei gruppi dirigenti di raggiungere la parità, o la superiorità rispetto agli Usa, dissanguando le più limitate risorse del paese». Come è noto, oggi, anche in seguito alla dissoluzione dell'Unione sovietica, la corsa agli armamenti nucleari si è arrestata, anzi si è invertita. Oggi, secondo il settimanale Time , gli arsenali nucleari mondiali sono così costituiti: Stati uniti 9400, Russia 13000, Regno unito 185, Francia 300,Cina 240, Pakistan 80, India 60, Israele 80, Nord Corea meno di 10 (??). Come previsto e da tutti auspicato, il Summit tra il presidente degli Stati uniti Barack Obama e il presidente russo Medvedev (oltre che con il primo ministro Putin) del 6 e 7 luglio di quest'anno a Mosca, si è concluso con la firma di un fondamentale protocollo d'intesa al quale dovranno attenersi i negoziatori del nuovo Trattato bilaterale sul disarmo nucleare che sostituirà entro il 2009 lo Start (Strategic Arms Reduction Talks, in scadenza alla fine del 2009). Sulla base di questo documento, Stati uniti e Russia dovrebbero ridurre il numero delle loro testate strategiche a 1500-1675 e quello dei loro missili strategici a 500-1100, una ulteriore significativa diminuzione rispetto a quanto stabilito dallo Stat e dal Sort, Strategic Offensive Reductions Talks (2200 testate e 1600 sistemi di lancio). Pieno l'accordo anche sull'urgenza di rafforzare il regime di non proliferazione orizzontale delle armi nucleari, richiamando l'importanza dell'impegno da parte ti tutti gli stati firmatari del trattato per una conclusione positiva della Conferenza di Rassegna del Tnp (Trattato di Non Proliferazione) del 2010. Rimangono, ovviamente diversi nodi da sciogliere nel rapporto tra Usa e Federazione russa: la Georgia, l'Iran e, di particolare importanza, il progetto dell'Amministrazione Bush di installare dei sistemi di difesa antimissile in Europa, ma finalmente si può cominciare a sperare di avere, un giorno, un mondo libero da armi nucleari.

*Dipartimento di Fisica Università di Parma, Consiglio Scientifico Unione Scienziati Per Il Disarmo (Uspid)

**Cnr Istituto di BioFisica Pisa, Consiglio Scientifico Uspid

giovedì 30 luglio 2009

Il governo taglia le rinnovabili. Presentato il rapporto Enea 2008: «Il nucleare è fondamentale»

Il governo taglia le rinnovabili. Presentato il rapporto Enea 2008: «Il nucleare è fondamentale»

Sara Farolfi

il manifesto del 29/07/2009

Presentato il rapporto Enea 2008: «Il nucleare è fondamentale»

Avanti spediti verso il nucleare. Dell'utilità del ritorno, dopo 22 anni, all'opzione atomica - ritorno sancito dall'approvazione definitiva del ddl sviluppo, il 9 luglio scorso - il rapporto Enea sull'energia e l'ambiente presentato ieri costituisce una più che favorevole base argomentativa. Certo, «nucleare e rinnovabili non sono e non devono essere considerati in alternativa, sono entrambi necessari», ripete il presidente dell'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente, Luigi Paganetto. Ma il governo è di tutt'altro avviso. E prova ne sia l'approvazione, ieri al senato, di una mozione Pdl che rischia di ridimensionare seriamente gli incentivi allo sviluppo del solare termodinamico. Promettente tecnologia, «in cui noi siamo leader al mondo», per bocca dello stesso Paganetto.
La mozione Pdl - firmata dallo stesso gruppo di parlamentari (tra cui Gasparri, Nania, Quagliarello e Dell'Utri) passato agli onori delle cronache qualche mese fa per le tesi 'negazioniste' sui cambiamenti climatici - impegna il governo a proseguire nell'«attuazione del piano energetico nazionale» - ossia il nucleare - destinando a questo scopo «tutte le possibili risorse, comprese quelle dei fondi non attivati per l'incentivazione di energie non ritenute proficue». Tra cui il «solare termodinamico», a dispetto delle argomentazioni di una parte consistente del mondo scientifico che proprio nel solare termodinamico vede la più promettente delle tecnologie rinnovabili, «il caso di maggiore successo», dice l'Enea, dal punto di vista della sua applicazione al sistema industriale. Ma sulle rinnovabili l'Italia investe lo 0,5% del Pil: appena il 15% della spesa per la ricerca energetica complessiva, contro percentuali comprese tra il 25 e il 45%, per paesi come Spagna, Germania, Danimarca, Svezia e Finlandia.
Se per un verso la crisi più grave dal dopoguerra a questa parte ha comportato una riduzione dei consumi e quindi anche delle emissioni (del 6% nel 2008 e altrettanto nel 2009, secondo le stime del rapporto), dall'altro la stessa recessione ha anche l'effetto di spingere nella direzione di una riduzione degli investimenti nel settore energetico. «Senza un'accelerazione tecnologica - si legge - sarà impossibile raggiungere risultati concreti in materia di contenimento delle emissioni». E i dati confermano, dice l'Enea, che la parte maggiore e più realizzabile (nel breve periodo) di questi obiettivi dipende dall'impegno sull'efficienza energetica: «seguono, a distanza, rinnovabili, ccs e nucleare».
Efficienza energetica nel breve e medio periodo; nucleare e rinnovabili nel lungo periodo. Sul nucleare, la «questione centrale» riguarda i temi della sicurezza, gestione e minimizzazione delle scorie: il cosiddetto nucleare di quarta generazione, su cui tante parole si spendono ma che, si legge, «non darà risultati prima del 2030-2040». Quanto alle rinnovabili, «che rappresentano una importante opportunità industriale oltre che una fonte di energia alternativa», fondamentali sono gli investimenti in ricerca e innovazione. E, dovrebbe andare da sè, gli incentivi a tali investimenti. Complessivamente il settore delle energie alternative è cresciuto considerevolmente negli ultimi anni (tanto da raggiungere, a livello mondiale, 160 miliardi di dollari e circa 4 milioni di occupati), ma l'Italia seguita a essere un fanalino di coda in Europa.
La situazione, visti i provvedimenti del governo, non sembra destinata a modificarsi. Critici i commenti di Legambiente e Wwf al rapporto Enea. «Il nucleare non solo non è fondamentale per il nostro Paese ma toglierà risorse allo sviluppo delle vere fonti che possono aumentare la nostra efficienza e la nostra competitività», è il commento del presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza: «Il tempo non è una variabile indipendente e continuare ad ignorare che produrre energia dall'atomo in Italia non sarà possibile prima del 2025-2030 è mettere la testa sotto la sabbia. La crisi economica e quella energetica hanno bisogno di provvedimenti immediati».
Ma che il presidente Enea sia un nuclearista convinto forse non dovrebbe stupire più di tanto: della veloce riconversione all'atomo d'altra parte - il ddl sviluppo, che nei prossimi giorni sarà pubblicato in Gazzetta prevede sei mesi di tempo per la localizzazione degli impianti - l'Enea stessa (che cederà una cinquantina di ingegneri all'Agenzia per la sicurezza nucleare) sarà un tassello importante.

giovedì 23 luglio 2009

Riecco la follia nucleare

Riecco la follia nucleare

Maria Campese *

Liberazione del 11/07/2009

Follia nucleare, ci risiamo. Il governo ha compiuto l’ennesima vergognosa scelta che ci fa precipitare indietro di venti anni. Con il via libera definitivo del Senato al ddl Sviluppo, con cui si sancisce il ritorno al nucleare nel nostro Paese, è stato fatto un altro spaventoso passo indietro, un segnale in controtendenza rispetto a quanto stanno facendo molti altri Paesi. La scelta del nucleare pone infatti gravissimi problemi di sicurezza e contraddice gli impegni europei e il referendum popolare del 1987.
Innanzitutto va chiarito che il nucleare è molto più costoso dell’investimento su altre fonti energetiche. Le riserve di combustibile nucleare non sono illimitate: se le centrali nucleari non subissero un incremento sarebbe sufficiente per massimo 50 anni; se invece si dovesse incrementare la domanda è chiaro che diminuirebbe significativamente il tempo di disponibilità dell’offerta, con aumenti esponenziali, già in atto, del costo di tale combustibile. Inoltre, nel computo dei costi non si comprende l’onere dello smantellamento e stoccaggio dei materiali radioattivi rinvenuti nelle centrali nucleari una volta in disuso (va ricordato che il tempo di vita ‘in sicurezza’ delle centrali nucleari è poco più di una decina d’anni). A tutt’oggi sono ancora presenti sul nostro territorio centrali nucleari in disuso da oltre vent’anni, che non si è stati ancora in grado di smantellare e stoccare in sicurezza. Va inoltre sottolineato che tale scelta energetica non risolve i conflitti bellici scatenati dall’approvvigionamento di combustibili fossili e quindi gli assetti geo-politici.
Quella operata è una scelta in controtendenza rispetto al resto d’Europa, dove per esempio la Germania, che occupa già 250 mila addetti nel settore delle rinnovabili, e la Spagna hanno intrapreso il percorso delle rinnovabili che li porterà ad uscire dal nucleare nel giro di pochi anni.
Il 9 luglio è stata quindi l’ennesima giornata triste per l'Italia, con un segnale ancor più grave perché avviene mentre il mondo intero aspetta risposte concrete dal G8 e non vuote enunciazioni di principio.
Ora, dopo l’approvazione da parte dell’Aula di Palazzo Madama del provvedimento che delega il governo a definire entro sei mesi i criteri di localizzazione delle nuove centrali, per l’esecutivo si pone il problema dell’individuazione dei siti. L’Italia, sembra strano che ci sia bisogno di ricordarlo, è un territorio altamente sismico e quindi per niente adatto a tale tipologia di impianti.
E sulla questione di chi ospiterà le centrali si è già sentito un coro di no da parte dei governatori delle regioni, con alcune eccezioni. Delle aperture sono arrivate da Veneto e Sicilia, quest’ultima in particolare area che ha storicamente registrato forti scosse telluriche. Ma i no più forti arriveranno dalle popolazioni interessate e visto che la delega prevede la possibilità di dichiarare i siti aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza e di protezione, avverrà che,
in nome e per conto di ben determinati interessi, si militarizzeranno interi territori e si cercherà di porre fine con la repressione a legittime e democratiche proteste.
Il provvedimento prevede anche procedure più semplificate per la costruzione e la messa in esercizio degli impianti ed anche uno sportello unico per l’autorizzazione dei rigassificatori e la velocizzazione delle procedure per l’estrazione di idrocarburi.
Si punta dunque su semplificazione e repressione su temi così importanti per la sicurezza dei cittadini.
E’ in atto da tempo una grande campagna mediatica che tende a mistificare ogni notizia relativa al nucleare. Si cambiano le carte in tavola, si trasforma quello che è buono in cattivo e viceversa e così il nucleare diventa quasi una fonte di vita, invece di essere rappresentato come un pericolo, un problema serio di sicurezza, un danno per l’ambiente e la salute, un investimento gravoso.
Alle gigantesche bugie inventate di sana pianta dal governo e dal sistema informativo compiacente, ed alle verità celate, occorre contrapporre una campagna forte, decisa, per spiegare cosa si nasconde dietro questa operazione: un regalo ad alcune lobby imprenditoriali ai danni dei cittadini e in spregio alla democrazia.
Così come nel 1987 si pose fine alla sciagurata esperienza nucleare con una grande mobilitazione popolare e di massa, anche oggi occorre ricostruire un movimento di tale portata per gridare con forza “No, grazie” in tutte le piazze e le strade d’Italia e soprattutto per passare all’offensiva proponendo un nuovo modello energetico, che si fondi sulle rinnovabili, energie pulite da cui potranno scaturire anche nuove possibilità occupazionali, e che sia anche un nuovo modello di società
Rifondazione comunista continuerà a vigilare sul rispetto della sicurezza e si opporrà sempre alla logica dei grandi impianti energetici e chimici ad alto rischio sia sulla terraferma sia al largo delle coste italiane e soprattutto alla scellerata scelta del governo di procedere alla costruzione di centrali nucleari che sono potenziali bombe ecologiche e sanitarie che in caso di incidente genererebbero una catastrofe di dimensioni inimmaginabili.

* Segreteria Nazionale
Area Ambiente, Territorio e Beni Comuni

lunedì 6 luglio 2009

L'Italia torna a giocare con le centrali nucleari

L'Italia torna a giocare con le centrali nucleari

Giorgio Salvetti

Il Manifesto del 02/07/2009

La Camera approva il ddl «Sviluppo», via libera all'energia atomica

Siete spaventati dai treni che portano gas, scoppiano e distruggono interi quartieri? Tra qualche anno, se tutto va male, l'Italia sarà attraversata da carichi di scorie nucleari. Ieri la Camera ha approvato il ddl «Sviluppo» (235 sì, 205 no e 25 astenuti). Il mega-pacchetto «anti-crisi» esclude la possibilità di fare class action collettive contro i crac finanziari, e soprattutto conferma il ritorno al nucleare. Ora manca un'ultima lettura al Senato che già aveva approvato quasi tutte gli articoli, per mettere la parola conclusiva sui nuovi piani energetici dell'italietta atomica.
Il decreto stabilisce che dopo la sua approvazione il governo avrà sei mesi per predisporre la normativa necessaria, per localizzare i siti su cui sorgeranno le centrali, decidere i sistemi di stoccaggio e di deposito dei rifiuti radioattivi. In un paese dove non si sa che farsene dei rifiuti normali se non lucrarci sopra, non c'è da stare tranquilli. I siti saranno dichiarati di «interesse strategico nazionale» e quindi sottoposti a segreto di stato e controllati dai militari. La tipologia degli impianti sarà decisa dal Cipe. Per costruirli e farli funzionare basterà un'unica autorizzazione che verrà rilasciata dal ministro dello Sviluppo economico, d'accordo con i colleghi all'Ambiente e alle Infrastrutture. Saranno necessarie la valutazione di impatto ambientale e la valutazione ambientale strategica. Viene istituita una Agenzia per la sicurezza nucleare, composta da un presidente e quattro membri nominati dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del consiglio.
In pratica il governo si è fatto approvare un mandato in carta bianca che gli dà il potere di ribaltare il referendum con cui gli italiani hanno chiaramente espresso la loro contrarietà all'energia nucleare. L'esecutivo potrà fare come meglio crede, senza bisogno di consultare il parlamento, né tanto meno gli enti locali, alla faccia del federalismo. Esulta il ministro allo Sviluppo economico, Claudio Scajola: «Un provvedimento storico - dice - che pone rimedio agli storici squilibri ed ai ritardi del nostro paese: dagli interventi di semplificazione delle procedure e di potenziamento delle infrastrutture energetiche, allo sviluppo delle reti rinnovabili e dell'efficienza energetica, fino al rilancio del nucleare». L'opposizione ha votato contro, tranne l'Udc che si è astenuta, ma sul nucleare non si fanno barricate: il Pd vota no solo per motivi di ordine economico e formale, non per convinzione anti-nuclearista. Più critica l'area Radicale del Pd: «Il provvedimento - dichiara Elisabetta Zamparutti, membro della commissione ambiente - impone un nucleare di terza generazione che il confronto laico dei costi e dei benefici dimostra essere antieconomico».
Le centrali dovrebbero essere cinque, per un investimento iniziale di almeno 20 miliardi di euro, destinati a lievitare. Infatti non saranno in funzione prima di un paio di decenni, un fatto che rende la politica nuclearista del governo ancora più imprevedibile e propagandistica. La costruzione potrebbe essere affidata ad un'alleanza tra Enel e la francese Edf, secondo un accordo già stipulato a febbraio tra Berlusconi e Sarkozy. I siti per ora sono segreti, ma in Italia sono poche le località adatte ad ospitare una centrale nucleare che richiede grandi quantità d'acqua (altro bene pubblico destinato a scarseggiare) e che deve essere lontana da territori pericolosi o sismici. Di fatto possono essere costruite solo in Puglia, tra Lombardia e Piemonte, in Sardegna o nell'alto Lazio. Dopo l'approvazione al Senato, le Regioni si erano ribellate. Nichi Vendola, presidente della Puglia, aveva detto «dovranno imporcele con i carroarmati». No secco anche dalla governatrice piemontese Mercedes Bresso, dal presidente del Lazio Claudio Martini e dalla Toscana, impegnata a produrre il 20% del proprio fabisogno con energie alternative entro il 2020.
Dopo il referendum dell'87, non siamo ancora riusciti a liberarci delle vecchie scorie stoccate in luoghi non adatti come a Saluggia o sono rimaste nelle vecchie centrale. A Caorso (Pc), per esempio, sono state trasferite in speciali piscine e vengono spedite via treno in siti di stoccaggio in Francia perchè in Italia non si sa dove metterle. In tutto il mondo si scommette sulle energie alternative, i Verdi vincono le elezioni in tutta Europa e Obama investe sulla green economy per uscire dalla crisi, da noi si gioca ancora con l'atomo.


martedì 16 giugno 2009

La fatica di resuscitare il nucleare italiano

La fatica di resuscitare il nucleare italiano

La Repubblica - Affari e Finanza del 15 giugno 2009, pag. 56

di Eugenio Occorsio

Della "ripartenza" del programma nucleare in Italia, ad oltre vent’anni dal referendum che bloccò qualsiasi iniziativa, si parla ormai da più di un anno, praticamente dal giorno dopo l’insediamento dei governo Berlusconi. Un passo avanti e l’altro indietro, in tutti questi mesi non si è ancora compiuto nessun passo formale né tantomeno appaltata alcuna centrale, e neanche ha avuto seguito l’accordo siglato con i francesi quest’inverno, ma si è arrivati almeno a capire le intenzioni del ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola, responsabile dell’operazione. Allora: dovrebbe essere, nelle intenzioni del governo e per arrivare al 2025% di fabbisogno risolto con questa fonte, ripristinata l’originaria vocazione nucleare di Montalto di Castro nell’alto Lazio, di Caorso vicino Piacenza e probabilmente di Trino Vercellese. In pratica delle antiche centrali nucleari italiane poi dismesse sarebbero escluse Latina e Garigliano perché intorno ad essi sono nate case, fabbriche, coltivazioni. Ci sono poi altri 34 comuni di cui il ministro Scajola giura di avere in tasca l’adesione, di cui uno in Sicilia e uno in Sardegna. Anche per lo stoccaggio delle scorie il posto ci sarebbe, fra i calanchi della provincia di Matera. Insomma, faticosamente il governo va avanti con le sue intenzioni, e inevitabilmente salgono di tono anche le polemiche. «Avete pensato al problema delle forniture di uranio?», attacca Carlo Rubbia, che spiega: «Ce n’ è pochissimo in tutto il mondo, e il prezzo è soggetto a speculazioni come e peggio del petrolio». Se la dinamica sarà la stessa che l’uranio ha seguito dal 2000 ad oggi, aumentando di venti volte da 7 a 130 dollari per libbra, ha spiegato il fisico premio Nobel, potrebbe arrivare a 500, e il costo dell’elettricità nucleare schizzerebbe da 40 a 65 euro per Megawatt, un livello insostenibile. Si aggiunge il problema della disponibilità: «Le riserve conosciute valgono non più di una trentina d’anni, per due terzi il mercato dipende dalle forniture militari, e il più grande impianto di estrazione, quello di CigarLake in Canada, tarda ad entrare in esercizio». Riprende fiato anche la storica opposizione dei radicali sul tema della sicurezza: «E’vero che la tecnologia si è evoluta, ma non vogliamo che all’ideologia dell’antinucleare si sostituisca l’entusiasmo fanatico del nucleare che porta ad uguali delusioni», dice Emma Bonino. «In tutti questi anni la politica si è disinteressata all’energia. I recenti incidenti in Svezia e Francia, dove hanno dovuto chiudere per diversi mesi la centrale di Tricastin per la fuoriuscita di acqua radioattiva, ci dicono che i problemi di sicurezza sono tutt’altro che risolti». Non ci sono solo i problemi di sicurezza. Manca anche un quadro preciso dei costi e della loro copertura. In Finlandia, dove è in costruzione una centrale nucleare, un’indefinitezza del genere la stanno pagando cara: «Sono in ritardo di due anni sui tempi previsti e del 50% sul budget», dice la Bonino. «Da noi, il governo ha deciso prima di indicare i siti e poi di fare la conferenza programmatica: non sarebbe più logico invertire i tempi?» La partita dei costi è controversa. L’Enel sostiene che servono cinque centrali al costo di 3,54 miliardi di euro l’una, quindi una ventina di miliardi, e si dice in grado di autofinanziare l’investimento. Per i tempi, si parla di 718 anni (forse qualcosa di meno stando ad alcune dichiarazioni dell’Ansaldo che costruisce centrali in tutto il mondo) dopodichè è l’unica nota positiva - grazie ai miglioramenti tecnologici la durata di vita di una centrale si sta allungando oltre i 30 anni. Ma come si vede il cammino è lungo e incerto.

venerdì 5 giugno 2009

No al nucleare, rissa in Consiglio

No al nucleare, rissa in Consiglio
Piero Rossano
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, 20 maggio 2009 BARI

Il documento Pdl via dall’aula per protesta. Il 28 manifestazione a Ostuni

Una lotta «non di ga­lateo ma di popolo» per respin­gere anche la più remota even­tualità che la Puglia possa dive­nire sede di impianti nucleari. Lo dice in un’infuocata riunio­ne del Consiglio regionale il go­vernatore Nichi Vendola. «Io che ho guidato la battaglia con­tro le scorie a Scanzano — ar­gomenta — ho potuto leggere i piani di emergenza per gli in­cidenti rilevanti approntati per le altre centrali. La mia rabbia nasce da qui e assieme alle al­tre Regioni d’Italia non me ne starò fermo contro questa peri­colosa deriva centralista».

Vendola parla prima di cor­rere in aeroporto per il volo che lo porterà nel pomeriggio a Roma, dov’è atteso negli stu­di della trasmissione «Balla­rò ». Proprio le modalità del suo intervento, che precede quello del portavoce dell’oppo­sizione Rocco Palese subito do­po l’illustrazione dell’ordine del giorno presentato dal capo­gruppo del Pd Antonio Mani­glio sul «NO fermo e determi­nato a qualunque ipotesi di in­stallare in Puglia una centrale nucleare o un sito per lo smalti­mento delle scorie radioatti­ve », daranno la stura ad una fe­roce polemica. Il centrodestra infatti abbandona l’aula in se­gno di protesta per non aver potuto prendere la parola pri­ma di lui. Risultato: la maggio­ranza resta e si approva per al­zata di mano il documento di condanna, la minoranza va fuo­ri e si precipita a tenere una conferenza stampa.

«Questo centrosinistra — tuona Palese — non ha il mini­mo rispetto dei regolamenti consiliari: non è mai accaduto che il presidente faccia le sue deduzioni prima che interven­ga l’opposizione». «Non è così ed è facilmente dimostrabile— controbatte dieci metri più in là l’assessore all’Ambiente Mi­chele Losappio —: Vendola è il governo ed il regolamento so­stiene testualmente che nel di­battito il governo può interveni­re quando vuole». Insomma, fi­nisce in bagarre. E il vice segre­tario regionale del Pd, Michele Mazzarano accusa: «La destra ha gettato la maschera, infi­schiandosene della Puglia e mo­strando solo subalternità verso il governo di Berlusconi».

Nino Marmo, ex assessore all’Agricoltura della Giunta Fit­to, ha una sua lettura degli eventi. «Il Pd ed il presidente Vendola sono contro la mag­gioranza degli italiani che han­no compreso l’utilità del nucle­are — rileva —. Tutto ciò ser­ve solo alla campagna elettora­le di Vendola e al Pd che non s’accorge di poterlo solo inse­guire nelle sue scorribande elettorali». In conferenza stam­pa Palese appare sicuro di sé: «Giovedì — sostiene — sarà la conferenza Stato-Regioni ad occuparsi di nucleare. Lì sapre­mo ogni verità. Nessuno ha mai parlato di siti in Puglia, quelli di cui si vocifera fanno parte di un piano del ’70 supe­rato dagli eventi». Ma è ancora l’assessore Losappio a rintuz­zarlo: «All’ordine del giorno dell’appuntamento di Roma non c’è la parola nucleare». Il presidente del gruppo del Pd, Maniglio, incassa il successo e guarda oltre: «L’ordine del giorno approvato oggi risale a settembre. Seppur a prescinde­re da mappe di siti e program­mi, è bene che la Puglia faccia sentire il suo no. Noi abbiamo un surplus di energia, abbia­mo già dato». E’ il pensiero di tanti. Di sicuro di quelli che il 28 (e non più il 25) prenderan­no parte alla manifestazione di protesta di Ostuni, promossa da Pd e ambientalisti e con la presenza annunciata della se­natrice Anna Finocchiaro.

martedì 2 giugno 2009

Berlusconi: l'esercito nei siti per le centrali nucleari

Berlusconi: l'esercito nei siti per le centrali nucleari

La Repubblica del 29 maggio 2009, pag. 9

Luisa Grion
L´Italia avrà il suo nucleare, a costo di ricorrere all´esercito. Lo ha annunciato - fra non poche polemiche - il premier Berlusconi all´assemblea Confesercenti. Se dovesse essere necessario, ha precisato il presidente del Consiglio, i militari saranno mandati a presidiare i siti scelti per costruire le centrali, difendendoli dalle scontate proteste dei locali. «Lo Stato è ritornato a fare lo Stato» e così come è successo con la questione dei rifiuti in Campania «qualora dovessero esserci tensioni useremo ancora l´esercito» ha detto.
La questione, per il premier, è di vitale importanza: «Non c´è tempo da perdere: prenderemo decisioni assennate suffragate da organismi democratici, ma una volta che saranno prese, se servirà, useremo ancora l´esercito. Lo faremo in tutte le occasioni necessarie, compresa quella del Frejus». Un metodo che ha scatenato le proteste di ambientalisti e opposizioni. «Nessun leader occidentale minaccerebbe di costruire una centrale usando la forza» ha commentato Realacci, responsabile Pd per l´ambiente. «In un paese serio le decisioni si prendono in Parlamento» ha dichiarato D´Alema «Il governo dica la verità su dove vuole fare le centrali, invece di annunciare presidi: questo è un modo di governare indecente sotto il profilo delle regole democratiche e dell´efficacia di governo».
Ma nucleare a parte, alla platea dei commercianti, il premier - viste le imminenti elezioni - ha fornito anche il ritratto di un´Europa che «avrebbe bisogno di un drizzone»: «Oggi la Ue non può svolgere un ruolo da protagonista perché non c´è una presenza autorevole: a chi telefona Obama per sapere com´è va?» si è chiesto. Intervengono «in troppi» a partire «dai Commissari che parlano tutto il giorno e così danno fastidio». In chiusura in tema amato dalla platea: il premier ha promesso interventi «sullo scandalo» dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. «Daremo un certificato di credito da consegnare alla propria banca per farsi pagare e porteremo ad un massimo di 60 giorni il tempo per i pagamenti» ha detto. Parole che il presidente di Confesercenti Marco Venturi non poteva che apprezzare visto che aveva dedicato ampia parte della sua relazione alla lotta agli sprechi e alle difficoltà che i «piccoli» hanno nell´ottenere crediti. Troppo di frequente - ha detto - i negozianti diventano vittime degli usurai: nel 2008 quindicimila aziende hanno chiuso perché «sovraindebitate e spesso strozzate».