mercoledì 30 luglio 2008

Tricastin: è psicosi nucleare: evacuata la centrale ma è un falso allarme

Tricastin: è psicosi nucleare: evacuata la centrale ma è un falso allarme

Il Messaggero del 30 luglio 2008, pag. 12

di Francesca Pierantozzi

Suona la sirena per la terza volta in tre settimane al reattore numero quattro della centrale di nucleare di Tricastin. Questa volta è un falso allarme, ma ormai in Francia il riflesso è automatico, e l’informazione ha fatto in pochi minuti il giro dei siti internet e delle televisioni, alimentando preoccupazioni e polemiche che le autorità si sgolano - spesso senza riuscire a farsi sentire - a definire «infondate». Ieri mattina alle 9 e mezzo in realtà non è successo niente alla centrale di Tricastin, dove il 7 luglio si erano riversati 74 chili di uranio nelle circostanti falde acquifere e dove il 23 luglio cento operai sono stati contaminati («leggermente», è stato più volte precisato) da una fuoriuscita di cobalto 58. L’allarme è scattato «accidentalmente» ha poi spiegato, con qualche ora di ritardo, l’ente elettrico Edf. Il sito dell’autorevole settimanale «Nouvel Observateur» ha per primo dato la notizia: «nuovo incidente».L’allarme scattato per sbaglio è stato comunque preso sul serio anche alla centrale. Sono 127 le persone evacuate immediatamente dal sito, 45 sono state portate in infermeria, «due risultano contaminate a livelli molto deboli da sostanze radioattive», conferma in un primo momento Jean Girardi, un ingegnere della centrale intervistato in diretta da Lei, la Cnn francese che interrompe i notiziari per seguire in diretta il presunto «nuovo incidente». Soltanto l’Agenzia nazionale France Presse ha mantenuto il silenzio, fino al tardo pomeriggio, quando ha diffuso la smentita ufficiale da parte di Edf: «niente paura, nessun incidente».


martedì 29 luglio 2008

Nucleare Se dentro l’energia si nasconde un demone

Nucleare Se dentro l’energia si nasconde un demone

La Repubblica del 29 luglio 2008, pag. 36

di Maurizio Ricci

E’ il nucleare la risposta alla crisi dell’energia?Anzitutto, bisogna capire di cosa stiamo parlando. Se il problema è il pieno della vostra macchina, il nucleare non può fare nulla. L’Italia potrebbe essere lastricata di centrali atomiche, ma, fino a quando non ci saranno in giro centinaia di migliaia di auto elettriche, il problema del pieno resterà il problema del petrolio, che è una partita diversa e indipendente dal nucleare. L’energia che può fornire l’atomo, invece, è l’elettricità. E, pur se non serve per auto e aerei, anche l’elettricità che alimentai vostri condizionatori, le vostre lampadine, i vostri televisori è un problema fondamentale dei prossimi decenni. Secondo l’Aie, l’agenzia per l’energia dell’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, i consumi di elettricità sono destinati a raddoppiare o triplicare, da qui al 2050. Ma nessuno sa come produrre questi kilowatt. Il gas, che è oggi il combustibile cui più si ricorre per far funzionare le centrali, ha riserve, anch’esse, limitate e fornitori (Russia, Algeria, Qatar, Iran) che molti ritengono poco affidabili. Soprattutto, il gas produce anidride carbonica. Nessuna lotta all’effetto serra sarebbe possibile, con un ricorso sempre più massiccio al metano.



Secondo molti, questo fa del nucleare una ricetta vincente. Il combustibile che alimenta le centrali costa relativamente poco e l’impianto non produce neanche un grammo di Cot. Ma quella ricetta è, probabilmente, solo un’illusione. In uno scenario, disegnato dalla stessa Aie per far fronte ai bisogni di elettricità al 2050, si ipotizza un contributo del nucleare, con la costruzione di un migliaio di nuove centrali (metà destinate a sostituire quelle oggi già in funzione), al ritmo di una trentina l’anno. Una corsa mozzafiato: secondo Charles Ferguson, dell’autorevole Council for Foreign Relations americano, l’ingorgo di appalti e commesse che ne deriverebbe farebbe salire i costi delle centrali a livelli insostenibili. In più c’è il problema uranio. Gli impianti nucleari ne consumano poco, ma, anche così, ai ritmi attuali di produzione, le riserve mondiali durerebbero 70 anni. Con un numero doppio di centrali, si esaurirebbero in 30-40 anni, lasciando a secco i reattori. Infine, anche mille centrali nucleari ridurrebbero la Cot nell’atmosfera solo del 6 per cento.



Se l’atomo non è la bacchetta magica per risolvere il problema elettricità, questo non significa che non possa fornire un contributo più limitato, ma significativo. Anche perché, accanto al costo del combustibile e all’assenza di effetto serra, il nucleare ha un terzo punto di forza: è un matrimonio perfetto con le energie rinnovabili. Vento e sole producono molta energia, quando c’è molto vento o molto sole. Zero, quando non ce n’è. Per far funzionare, in qualsiasi condizione, condizionatori e televisori devono, perciò, essere affiancate da una fonte di energia in grado di fornire uno zoccolo di produzione costante, come quella delle centrali nucleari. Per celebrare questo matrimonio, però, l’atomo dovrebbe superare due ostacoli che, da decenni, gli appesantiscono il decollo. Il primo è la sicurezza. I nuovi reattori sono molto più sicuri di quelli costruiti negli anni’80: meno incidenti, molto più limitati. Mail concetto di sicurezza, per il nucleare, non è lo stesso che si applica agli altri impianti. Una centrale a gas che esplode si traduce in una palla di fuoco che incenerisce centinaia di metri tutto attorno e, forse, provoca qualche decina di vittime. Punto: il disastro si ferma qui. Un incidente in un impianto nucleare ha molte meno probabilità di verificarsi, ma quella probabilità minima potrebbe avere effetti catastrofici a livello globale. Ne abbiamo avuto un piccolo assaggio, in questi giorni, alla centrale francese di Tricastin, dove un modesto incidente ha fatto scattare, fra l’altro, l’allarme falde acquifere, con il divieto di utilizzare l’acqua potabile. La possibilità di una fuoriuscita radioattiva sarà remota, ma i suoi effetti imprevedibili, incontenibili, devastanti. Il secondo problema sono le scorie, il residuo del lavoro del reattore. Nonostante 440 centrali operanti nel mondo, nessuno ha ancora risolto il problema del loro stoccaggio. Le soluzioni trovate finora sono solo temporanee. Ad un costo di cui si parla poco, ma che è pesante. L’Italia sta spendendo 300 milioni di euro (cioè il 15 per cento di quanto costerebbe, nel caso più ottimistico, una nuova centrale) solo per sistemare provvisoriamente le scorie prodotte dai piccoli impianti atomici, in funzione negli anni ‘80, a Trino, a Caorso, a Latina. Paesi con realtà nucleari più importanti, come la Gran Bretagna, si trovano di fronte ad una bolletta di 100 miliardi di euro per la sistemazione delle centrali ormai obsolete.



Allora, il nucleare è un vicolo cieco? Niente affatto. I reattori attualmente allo studio, quelli di quarta generazione, dovrebbero risolvere almeno due dei problemi che incontra oggi una strategia nucleare. Siccome utilizzano più a fondo il combustibile, hanno bisogno di meno uranio e producono meno scorie. Il problema è che non saranno, probabilmente, disponibili prima del 2030. Troppo tardi, per chi pensa che sia necessario affrontare il probabile buco di elettricità disponibile, già con le centrali nucleari nel 2020. Troppo presto, per chi pensa che quelle centrali del 2020 diventerebbero obsolete nel giro di soli dieci anni.



Ma c’è un altro inciampo sulla strada del nucleare subito e comunque. E non ha niente a che vedere con le paure per la salute e le preoccupazioni per l’ambiente. E’ il costo della strategia nucleare. In termini economici, infatti, i punti di forza del nucleare si traducono in debolezze. In una centrale a gas il costo fondamentale è quello del carburante, che incide solo per il 5 per cento nel bilancio di una centrale atomica. Il parametro fondamentale, in questo caso, è il costo di costruzione: il reattore deve vendere i suoi kilowattora ad un prezzo sufficiente a ripagare l’investimento fatto per costruirlo. Qual è questo investimento? La cifra che circola fra gli industriali del settore è ancora di 2 miliardi di euro per una centrale da 1000 Megawatt. Ma uno dei più importanti fra loro - Wulf Bernotat, leader di E.On, uno dei giganti europei del settore - dichiara che il costo reale è, ormai, quasi il doppio: 3,5 miliardi di euro. Secondo Moody’s, una delle agenzie di rating che sarà cruciale nel rendere disponibili i finanziamenti delle nuove centrali, è di 4,6 miliardi di euro. Secondo un gigante americano, impegnato nella progettazione di nuove centrali, Florida Power&Light, si arriva a 5,2 miliardi di euro. Qui, il problema non è soltanto se l’Italia, per dotarsi di dieci centrali da 1000 Megawatt, debba impegnare 20, 35, 46 o oltre 50 miliardi di euro. Il punto è che quel costo vincolerà anche le future bollette. Una centrale nucleare è, economicamente, rigida. Non si può spegnere, come un impianto a gaso eolico: deve sempre funzionare al 90-95 per cento della capacità e vendere la sua produzione ad un prezzo sufficiente a ripagare l’investimento, almeno per 15-20 anni. Altrimenti, va in perdita, come è successo per le centrali inglesi, arrivate alla bancarotta negli anni ‘90. Infatti, i sostenitori del nucleare cominciano a parlare della necessità di assicurare "stabilità dei prezzi". In un mondo, quello dell’energia, in continua evoluzione (sole, vento, carbone pulito) è un impegno difficile da onorare. Presuppone un accordo tra i produttori (cioè un cartello) o un calmiere statale (una nazionalizzazione mascherata). Può darsi che, alla fine, il kilowattora nucleare si riveli il più economico. Ma potrebbe anche rivelarsi il più costoso, fuori mercato. Dopo la sicurezza e le scorie, è la terza scommessa che il nucleare deve vincere.



sabato 26 luglio 2008

Tricastin, lo sfogo degli operai "Troppi silenzi su quell’ incidente”

Tricastin, lo sfogo degli operai "Troppi silenzi su quell’ incidente”

La Repubblica del 25 luglio 2008, pag. 13

di Paolo Griseri

La paura è roba da italiani apprensivi, gente mediterranea che ha la sceneggiata nel dna: «Io non ho paura. Se ce l’avessi crede che lavorerei da 35 anni nelle centrali? Prima in quella delle Ardenne, poi in questa che è uno dei siti nucleari più grandi del mondo? La verità è che ogni lavoro ha i suoi rischi. 1 piloti di formula uno rischiano di più. Qui nessuno ha paura. E da voi, in Italia?». Marcel, 58 anni, dell’Italia conosce solo Berlusconi («spero che lei non sia d’accordo con lui») e poco altro. Ma si stupisce all’idea che 200 chilometri a est del sito nucleare di Tricastin, oltre la barriera delle Alpi, ci sia chi si spaventa per «un leggero incidente, di quelli che capitano spesso durante la manutenzione annuale dei reattori». E spiega l’allarme con il numero dei contaminati: «L’incidente, in sé, non è grave. Ma certo, 97 persone coinvolte sono un numero rilevante».



Qui, a pochi passi dall’autostrada del sole del francesi, quella che collega Parigi a Marsiglia, il nucleare è, nonostante tutto, un’attrazione turistica. E anche oggi, malgrado le notizie non proprio incoraggianti che escono dall’autoradio, ci sono le famigliole che fanno la coda per entrare a visitare una delle meraviglie dell’industria energetica francese. Sul piazzale davanti al cancello della centrale staziona un tir attrezzato per donare il sangue: anche l’associazione dei donatori della regione del Rhone-Alpes non si preoccupa troppo degli effetti delle contaminazioni. E i dipendenti di Edf approfittano della pausa pranzo per compiere il loro gesto di generosità. Il reattore numero 4 della centrale Edf di Tricastin è andato in tilt alle 9,30 di mercoledì: «Una guaina difettosa nell’impianto, una pressione eccessiva nel circuito e la polvere radiottiva ha contaminato i lavoratori che si trovavano nei dintorni», spiegala portavoce della direzione. Che aggiunge dati rassicuranti: «Incidenti di questo tipo accadono, ogni tanto. Ma noi ci preoccupiamo molto della prevenzione. Pensi che dal 1992 a oggi la percentuale di incidenti è scesa dal 14,3 per cento al 4,6 per cento a parità di ore lavorate». Mercoledì mattina sono stati i segnalatori di radioattività a dare l’allarme. E immediatamente sono state portate in infermeria 129 persone. Ma già ieri pomeriggio una parte dei 97 lavoratori risultati contaminati era tornata al lavoro nel reattore.



Tutto tranquillo? Philippe parla protetto dall’anonimato. E uno dei 97 contaminati di mercoledì mattina: «A un certo punto - ricorda - è scattato l’allarme. Siamo andati tutti di corsa a fare la doccia. Ma per diverso tempo abbiamo chiesto di sapere che cosa era successo senza avere risposte soddisfacenti. Poi, intorno alle 14, è arrivato il medico e ci ha visitati. Il problema è che in queste centrali lavoriamo troppo in fretta anche per fare operazioni delicate come quelle della manutenzione. Questo spiega gli errori e gli incidenti».



Virginie Neumayer è la delegata sindacale della Cgt. Lavora a Tricastin da dieci anni. E’ appena uscita dall’incontro con i vertici di Edf. E lancia accuse pesanti: «Ormai c’è una corsa sfrenata ad affidare parti anche delicate del processo produttivo a lavoratori precari di ditte esterne. Persone che non hanno la preparazione necessaria a compiere operazioni delicate come la manutenzione annuale di un reattore. Abbiamo chiesto una trattativa nazionale sul problema del lavoro in subappalto nelle centrali francesi. E a Tricastin chiediamo un monitoraggio medico continuo sui lavoratori contaminati fino a quando non tornerà la normalità».

giovedì 24 luglio 2008

«Quantità di radiazioni e distanza: ecco la mappa del pericolo»

«Quantità di radiazioni e distanza: ecco la mappa del pericolo»

Corriere della Sera del 24 luglio 2008, pag. 16

di Mario Pappagallo

Incidente nucleare, nube radioattiva, contaminazione di acqua e suolo. Torna alla mente l’incubo del dopo Cernobyl: la paura di restare colpiti dagli effetti a distanza della dispersione nell’atmosfera di sostanze radioattive che possono danneggiare la salute anche dopo anni. Per fortuna gli ultimi incidenti, in Slovenia e in Francia, sono molto limitati. Nessun pericolo per la salute dei cittadini.



Ma che cosa sarebbe accaduto se la nube radioattiva fosse andata in giro come nel caso di Cernobyl o se fosse stata contaminata la falda acquifera? «In questo tipo di incidenti - spiega Roberto Orecchia, radioterapista allo leo di Milano - vengono emessi nell’aria o nell’acqua diversi isotopi radioattivi.



Alcuni decadono subito, altri persistono negli anni e sono causa di gravi effetti sulla salute. Per esempio: il cesio perde metà della sua pericolosità in 3o anni, mentre l’uranio addirittura ce ne mette 1.500».



Nel momento dell’incidente tutto dipende dalla quantità di radiazioni. Di solito, nei casi gravi, nel raggio di’ 3oo metri dal luogo dell’emissione i livelli di esposizione superano la dose massima tollerabile dall’uomo: 8 gray (l’unità di misura della radioattività assorbita), che è quella oltre la quale il 50% degli esposti muore. O subito per l’incidente o in base alla dose delle radiazioni: danni alla mucosa che riveste stomaco e intestino (8-10 gray) a partire da 3 giorni dopo l’esposizione; danni all’apparato che produce le cellule del sangue, il midollo osseo (in 3-4 giorni si azzerano i globuli bianchi e non vi sono più difese immunitarie, in 7-8 giorni si abbassano le piastrine e le emorragie si susseguono, in 10-12 giorni calano i globuli rossi).



E oltre i 300 metri? Risponde Orecchia: «Di solito i disturbi non sono letali: i danni all’organismo si possono curare». Può aumentare l’incidenza delle neoplasie a carico del sangue (leucemie e linfomi) dopo 6 anni dall’esposizione, dei tumori solidi (alla tiroide) dopo 8-15 anni. Altri organi sensibili sono mammella e polmone. Per la popolazione i rischi vengono dai cibi e dall’aria che si respira, dopo la contaminazione radioattiva. I bambini fino a io anni sono i più a rischio (leucemia).

Un Paese colabrodo, 4 incidenti in tre settimane

Un Paese colabrodo, 4 incidenti in tre settimane

L'Unità del 24 luglio 2008, pag. 10

di Davide Vannucci

Adesso è ufficiale: il nucleare sicuro è un ossimoro e il sistema francese un vero e proprio colabrodo. Quattro incidenti nel giro di sedici giorni. La centrale di Tricastin, nel Sud-Est del Paese, vicino ad Avignone, a duecento chilometri dall’Italia, ha la stessa consistenza di una groviera. La questione diventa grave se si pensa che Tricastin rappresenta il cuore del nucleare francese. Il sito raggruppa una serie di impianti gestiti da due colossi dell’economia d’Oltralpe, Areva e Edf. Le strutture, dispiegate in ben quattro comuni, rappresentano una delle maggiori centrali del mondo, con una estensione su 600 ettari e circa 5000 impiegati. A Tricastin si fabbrica combustibile nucleare dalla fine degli anni Settanta. Ma l’incidente di ieri conferma che la sicurezza, da quelle parti, è una parola sconosciuta. Lo scorso 7 luglio c’era stata una fuga di acqua contenente 75 chili di uranio in un impianto gestito dalla Socatri, una filiale del gruppo Areva. Il liquido si era riversato nei fiumi circostanti. Inizialmente c’era stata una corsa a minizzare. Alla popolazione era stato chiesto soltanto di non bere acqua e di non mangiare pesce per motivi di precauzione. Poi, quattro giorni dopo, l’Autorità per la Sicurezza Nucleare (ASN) aveva chiesto alla Socatri di sospendere le attività del sito di trattamento. Un’ispezione dell’Autorità aveva riscontrato che «le condizioni della centrale durante l’incidente presentavano delle irregolarità» e aveva parlato di «una serie di disfunzioni e negligenze umane inaccettabili».



L’atomo d’Oltralpe aveva subito un altro duro colpo venerdì scorso, quando a Romans-sur-Isère, sempre nel Sud-Est del Paese, la rottura di una condotta aveva portato alla fuoriuscita di uranio. Una quantità marginale, qualche centinaio di grammi, un incidente interno, circoscritto, senza alcun rischio di contaminazione, perché le falde freatiche dell’area sono situate in profondità, in un terreno fortemente impermeabile. Ma, in ogni caso, una sconfitta per i fautori del nucleare pulito e sicuro. Che aveva allarmato il ministro dell’Ecologia, Jean-Louis Borloo, il quale aveva promesso un’indagine su tutte le falde acquifere vicine alle 58 centrali francesi.



Sempre venerdì scorso, sempre nell’Isère, c’era stato un altro incidente, su cui le autorità avevano taciuto. La coltre di silenzio era stata spezzata lunedì dal quotidiano Dauphin Liberé, che aveva raccontato come nell’impianto nucleare di Saint Alban, di proprietà della Edf, ci fosse stata una fuga radioattiva durante un intervento di manutenzione. Quindici operai erano stati contaminati per cause ancora da chiarire. Anche in questo caso, come ieri a Tricastin, i livelli di contaminazione erano risultati inferiori al limite previsto dal regolamento.



Un incidente ogni quattro giorni non è solo una percentuale che smentisce le magnifiche sorti dell’atomo e dovrebbe indurre a una riflessione seria sulla politica energetica. Crea anche un notevole danno d’immagine. Così i produttori del «Coteaux de Tricastin», un prestigioso vino a denominazione di origine controllata del Midi francese, hanno deciso di correre ai ripari. Dopo l’ennesimo incidente, la parola Tricastin non si può certo associare a un’idea di genuinità e buon gusto. Probabilmente il vino cambierà appellativo entro il 2009, in tempo per la vendemmia. Chissà che non sia un buon bicchiere di vino a far cambiare idea chi sta a Parigi. E a Roma.

"Impianti vecchi, scorie, terrorismo i francesi sono seduti su una bomba”

"Impianti vecchi, scorie, terrorismo i francesi sono seduti su una bomba”
La Repubblica del 24 luglio 2008, pag. 3

di Antonio Cianciullo

«Poche settimane fa, mentre volavo con mia moglie su Parigi pensavo: "I francesi sono seduti su una bomba a orologeria, devono disinnescarla". Quello che ora sta avvenendo conferma, purtroppo, la mia convinzione». Jeremy Rifkin, il profeta dell’era dell’idrogeno, commenta dal suo studio di Washington l’accavallarsi degli incidenti nucleari nel paese dotato delle tecnologie atomiche più affidabili.



Dietro la moltiplicazione degli allarmi c’è un fattore strutturale? C’è l’invecchiamento di un parco centrali nato assieme al sogno della force de frappe?

«Il problema è doppio. Da un lato pesala decisione, non solo in Francia, di allungare la vita media delle centrali per evitare, a fronte di una difficoltà crescente nel costruire nuovi impianti, il crollo della produzione elettrica del settore. A questo punto non si può più pensare che la minaccia venga solo da Est, il rischio riguarda tutta l’Europa. Ma c’è poi un altro fattore strutturale che viene spesso taciuto: l’elenco dei mal funzionamenti e dei guasti nelle centrali nucleari è lunghissimo anche nel caso di reattori nuovi perla semplice ragione che queste macchine non sono sicure. E che le probabilità di un incidente catastrofico non vanno trascurate».



Eppure, per molti anni, i francesi hanno vissuto tranquillamente a fianco dei loro 59 reattori.

«E si possono considerare fortunati per essere arrivati fino a oggi contando solo incidenti di livello non molto grave. Anche perché bisogna tener conto di un fatto fondamentale: il rischio non è legato solo a problemi di funzionamento dei reattori. C’è il trasporto. C’è l’accumulo di una enorme quantità di scorie che resteranno pericolose per ere geologiche. C’è il pericolo terrorismo, che non è solo teorico, come il piano d’attacco recentemente sventato in Australia dimostra. Io temo che il prossimo 11 settembre riguardi una centrale nucleare: l’esposizione è troppo alta e cresce con il crescere del numero dei reattori».



La nuova serie di incidenti è stata data con buona evidenza dalla stampa francese. Vuol dire che qualcosa sta cambiando nell’opinione pubblica?

«Sì, è un processo iniziale ma già netto. Anche perché la Francia si sta concretamente interrogando sul suo futuro e sul ruolo dell’Europa nella grande partita energetica che oggi si è aperta sotto la spinta potente di due fattori inarrestabili: il cambiamento climatico e la crescita del prezzo del petrolio. I combustibili fossili appartengono al passato: il ventunesimo secolo avrà un altro segno e chilo capirà prima ne trarrà anche un vantaggio economico».



C’è chi sostiene che proprio per combattere il cambiamento climatico occorra far ricorso al nucleare.

«Il nucleare è la tecnologia della guerra fredda. Appartiene a un mondo diviso in due in cui gli equilibri erano segnati dal terrore e da una struttura energetica centralizzata figlia, anche economicamente, di quella logica militare. Il secolo che si è appena aperto è il secolo della terza rivoluzione industriale. Il secolo di Internet e dell’energia dolce che viene prodotta dal basso, nei quartieri, nelle case, mettendo in rete, in entrata e in uscita, i flussi dell’informazione e dell’energia. E’ un modello decentrato, democratico, più affidabile sia dal punto di vista dei costi che da quello dell’indipendenza della produzione».



Non le sembra un’utopia in un mondo che lotta disperatamente per il controllo dell’ultimo barile di petrolio?

«Guardi, un segnale di grande speranza viene proprio dalla Francia. Il 13 luglio, a Parigi, è stato firmato l’accordo per la costituzione dell’Unione euro mediterranea dell’energia solare. E’ un evento epocale, che fa pensare al momento in cui un piccolo gruppo di grandi sognatori fondò la Comunità europea per l’acciaio e per il carbone. Quell’atto cambiò il futuro del continente e oggi l’Europa è chiamata a un salto analogo».



Eppure il presidente francese ha rilanciato l’ipotesi nucleare.

«C’è una lotta tra il passato e il futuro. Ma, con la decisione di Nicolas Sarkozy di lanciare l’Unione euro mediterranea dell’energia solare, la Francia ha compiuto una mossa strategica indicando un progetto vincente: usare il potenziale tecnologico della sponda Nord del Mediterraneo per rendere utilizzabile l’enorme quantità di energia solare disponibile sulla sponda Sud e sulla sponda Est. L’Unione euro mediterranea dell’energia solare è il primo pilastro di questo grande progetto. Si tratta di poggiare gli altri: l’idrogeno per immagazzinare l’energia del sole, le reti intelligenti per diffonderla, gli edifici bioclimatici per catturarla. Ma la direzione è quella giusta. Chi avesse ancora dubbi guardi cosa sta succedendo nell’altra Francia: quella del nucleare».

Il governo chieda chiarimenti alla Ue” l’opposizione contro il piano italiano

Il governo chieda chiarimenti alla Ue” l’opposizione contro il piano italiano
La Repubblica del 24 luglio 2008, pag. 3

di Stefania Culurgioni

Non è servito a neutralizzare le polemiche quell’avverbio "leggermente", riferito al livello di contaminazione dei cento operai francesi. L’incidente che si è verificato ieri nella centrale nucleare di Tricastin ha scaldato l’opposizione. Che ha espresso forti preoccupazioni per quanto accaduto e rinfocolato le polemiche contro la proposta del governo di riesumare il nucleare anche in Italia.



A scagliarsi per primo contro un possibile ritorno all’energia atomica è stato Antonio Di Pietro: «Questo incidente dimostra che il nucleare è un’energia pericolosa e obsoleta - ha affermato il leader dell’Idv- Il Pdl deve tornare subito sui suoi passi e ritirare la proposta di usarlo di nuovo. Quello che serve è invece investire in energie alternative e pulite di cui, tra l’altro, l’Italia è ricca».



Un no senza mediazione al quale, in serata, si è aggiunto anche quello dell’ex ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio: «Si tratta di un vero e proprio allarme nucleare. Quattro incidenti a centrali atomiche nel Paese più attrezzato dal punto di vista tecnico dimostrano quanto sia rischioso il ritorno all’atomo. Se il governo non rinuncerà a questa follia lavoreremo per promuovere un nuovo referendum».



Reazioni dure anche dal Partito Democratico. «Più che una centrale sembra un colabrodo - ha detto il senatore Roberto Della Seta riferendosi al fatto che quello di ieri è il terzo incidente nello stesso impianto nel giro di due settimane. «Il fatto resta di una gravità inaudita e mette a rischio la vita di migliaia di persone, ma soprattutto chiediamo che le autorità italiane si attivino subito per fare gli opportuni controlli. La regione di Vaucluse, infatti, è molto vicina all’Italia e in particolare alla Liguria».



Alla richiesta di chiarimenti si è aggiunto anche Ermete Realacci, ministro dell’ambiente del governo ombra del Pd: «Uno dei problemi che il nucleare porta con sé è la mancanza di trasparenza ha commentato - chiediamo al Ministro dell’Ambiente e al governo italiano di chiedere urgentemente all’Aiea di spiegare quanto è accaduto in Francia».



Per evitare, come spiega il segretario del Pcdi Oliviero Diliberto, che si commettano gli stessi errori: «Il nucleare è pericoloso anche se si minimizza e si dice leggermente contaminati. E poi è un pessimo affare: i costi della sicurezza sono alti, il combustibile che sarebbe disponibile solo per altri 70 anni prima di finire e le scorie che nessuno sa dove mettere. Questo governo non può riaprire una questione che gli italiani hanno saggiamente chiuso 20 anni fa».